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Mani di pietra - Lorenzo Iervolino

E’ incredibile, a volte, la precisione di certe traiettorie. All’inizio le segui con occhi fiduciosi, convinto che non esistano dubbi su quali siano il loro punto A, di partenza, e B, di arrivo. Allo stesso tempo hai però una piccola incertezza, un timore fatale, che disegna davanti al tuo naso una realtà incredibile, che rifiuti, ma che si avvera in modo inappellabile, definitivo.

Questo, Costantin, lo ha pensato spesso, già da ragazzino, quando, crollata l’URSS, per le strade di Asenovgrad, Plovdiv, Varna, Sofia, per un mese la gente andò avanti barattando, saccheggiando, sprofondando sempre più in basso, più velocemente. Costantin, le poche volte che si è trovato a parlane, ha raccontato una barzelletta che in Bulgaria si diceva per ricordare quel periodo: “un bulgaro si dirige in un negozio con una carriola piena di soldi, tutti i suoi soldi, una montagna di banconote alta così. Entra nel negozio solo un istante, lasciando fuori la carriola. Quando esce dal negozio i soldi sono tutti lì, sparsi per terra. La carriola, invece, non c’è più”.

Era il 1990.

Un’altra volta aveva avuto una percezione analoga, mentre stava seguendo con lo sguardo l’anellino d’argento che gli aveva regalato Marja. Sfuggitogli di mano, l’anello s’era inarcato nello spazio sospeso tra la sua espressione stupefatta riflessa dallo specchio del bagno e quella che veramente sapeva di avere in faccia. Non ci poteva credere. Aveva sperato, fino all’ultimo. Poi, il simbolo circolare del loro amore era stato risucchiato dal buco del lavandino: un piccolo spazio tra l’apertura e il tappo. Non così piccolo da interrompere quella parabola. Da A a B.

Costantin aveva creduto che questo fosse un segno.

Il giorno dopo, infatti, Marja, senza sospettare nulla dell’accaduto, gli annunciò che ormai si era decisa, era la cosa giusta da fare: avrebbe lasciato Kasia alle cure di sua madre, la Bulgaria a quelle del destino, e avrebbe raggiunto sua sorella in Germania. A sentire quelle parole, Costantin provò a fermarle in tutti i modi, poggiando la mano sulle labbra di Marja, sbracciando da maschio ferito, imponendosi di aver capito male.

Ma presto si accorse che la sua esistenza era stata spinta in una nuova direzione. Ancora una volta. Da A a B.

Un anno e mezzo dopo quel giorno, Costantin arrivò a Roma, dentro un furgone che trasportava paura.

Era il 2006.

Si era trovato un “posto-letto” in una wolks-wagen jetta coi vetri scoppiati e le gomme inesistenti, parcheggiata davanti al portone scorrevole scrostato del garage dove alloggiavano due moldavi che lavoravano per cantieri, a sud di Roma, a est di Roma, a nord di Roma, a ovest di Roma. Costantin pensò che questa città era circondata dai moldavi e gli venne da ridere. Ma non rise.

Uno dei due abitanti del garage, un certo Pietro, gli aveva chiesto della Bulgaria e di come se la cavasse lui coi mattoni e con la calce. Con le poche parole che conosceva d’italiano, Costantin rispose che nella sua città, ad Asenovgrad, aveva costruito insieme al fratello e allo zio le tre case delle loro famiglie e aiutato molti vicini a tirar su le loro. Dall’inizio alla fine. Case che lo Stato non ti dava più. Case che se non le sapevi fare morivi di freddo. Case di soli mattoni e calce.

Da quel momento Pietro se lo portò appresso, dicendo che era arrivato suo cugino giovane, uno fidato, che tanto il caporale non lo distingue mica un bulgaro, da un moldavo, da un rumeno, da un polacco. Così Costantin iniziò a lavorare coi moldavi all’assedio di Roma.

Il lavoro era duro, ma i soldi li mandava alla madre di Marja, per mantenere la loro figlia. E alcuni li metteva da parte per costruirsi in testa un sogno. Come i suoi compagni moldavi. Pietro anche progettava di tornare, di godersi i suoi nipoti e di pranzare con tutta la famiglia intorno. Il giorno del secondo compleanno di Kasia, Pietro aveva regalato a Costantin una bottiglia di vino da 10 € da svuotare insieme, che lui, poi, da solo, aveva riempito con le lacrime di una lontananza che un telefono non colma. Pietro, un pomeriggio, lo aveva mandato pure a un corso di italiano tenuto da certi ragazzi in un posto pieno di scritte sui muri. Lì Costantin capì che il suo stesso disagio lo può sentire addosso anche un rumeno, un bengalese, un indiano, un filippino, un algerino, un senegalese, un marocchino, un peruviano e chi sa, forse, ogni tanto, pure un italiano.

Costantin a Pietro gli voleva bene. Pietro in realtà si chiamava Peter, zio Petja, per i suoi nipoti; ma a Roma, nel magma globalizzato dell’edilizia in nero, tutti avevano perso i propri nomi di nascita, senza neppure una particolare cerimonia per il nuovo battesimo di comodo. I cantieri infatti erano pieni di Giovà, Miché, Robbé. A Costantin, misteriosamente, toccò il nome Corrado.

Una mattina presto, quando d’inverno è ancora buio e si tengono solo gli occhi a sporgere tra sciarpa e cappello, in attesa del furgone che passa a caricarti, Costantin stava ancora camminando per un quartiere che sapeva chiamarsi Torre Maura, ma che lui, per gioco, chiamava Torre Marja. Quella mattina non ci  volle credere. Sperò fino all’ultimo. Magari stavano lì per le prostitute o per chissà che. E invece, ancora una volta, da A a B, la curva degli eventi sfuggiva al suo controllo e la volante accese i lampeggianti sterzando davanti alle sue scarpe.

Scesero in due. Uno alto e uno basso. Lo guardarono subito brutto. Gli chiesero dove, come, perché. Costantin disse solo di chiamarsi Corrado. Il poliziotto basso gli chiese i documenti. Ma Corrado di documenti non ne aveva. Allora il poliziotto basso, che doveva avere una ventina d’anni, non di più, scaricò su quel Corrado una serie di parole che lui non capì perché non aveva mai sentito nessuno parlare italiano a quel modo. Avrebbe capito meglio le minacce di un moldavo che quelle di un poliziotto italiano, pensò. L’altro poliziotto, quello alto, era più vecchio. Avrebbe potuto avere l’età di Pietro o di suo zio e questa vaga percezione lo rassicurava lievemente: scaldava la sua paura, nel gelo di quell’alba. Il poliziotto alto chiese a Costantin di fargli vedere le mani. Queste parole le capì subito. Costantin rimase fermo, con le scarpe sotto il parafango dell’auto blu. Girò verso quei quattro occhi i calli e le pieghe delle sue palme infreddolite. Il poliziotto più vecchio disse a quello basso e incomprensibile di guardare bene: di guardarle bene quelle mani. Senza i documenti di carta, quelle sole potevano testimoniare le buone o cattive intenzioni. E il passaporto lui ce l’aveva, era in regola, perché quelle erano mani di un lavoratore, mani di pietra, di uno che “costruisce le nostre case”. Il poliziotto basso e giovane e aggressivo allora  s’azzittì, senza smettere però di fissare quello che per lui era comunque un extra-comunitario, un clandestino, un vucumprà, stupratore rumeno, immigrato col gommone, ladro, infame, assassino, che toglie lavoro e cibo agli italiani brava gente!

Costantin nascose le sue mani di pietra nelle tasche. Le sentì preziose. Pensò che con quelle mani aveva deviato la traiettoria degli eventi. Da A non era arrivato a B. Per la prima volta. Poi gli venne d’impulso il desiderio di gridare a quei due che lui non si chiamava affatto Corrado, che gli faceva schifo chiamarsi Corrado. Ma a quel punto, quelli, erano già una piccola luce, nella grande città.

Al cantiere Costantin non disse a nessuno dell’incontro con le guardie. Anche perché quella mattina era accaduto un fatto ben più grave. Pasquale, un ragazzo rumeno di diciotto anni neanche, si era troncato mezza mano con una trivella. Costantin aveva pensato che Pasquale, oltre alla mano, si era giocato pure i documenti, perché ora non avrebbe lavorato più. Poi tutto si era svolto rapidamente. Pietro si era messo al volante e Costantin lo aveva dovuto accompagnare. I due non avevano parlato. Non una sillaba. Solo sospinto il compagno all’entrata del Pronto Soccorso, per poi svanire via. Come fantasmi. Come quei poliziotti.

E intanto era arrivato il 2007.

Costantin era passato dalla jetta sfondata alla brandina scricchiolante del garage, che ora divideva con Pietro. Ma a lavoro qualcosa era cambiato. Tutto all’improvviso. I rumeni erano diventati legali e i bulgari, in modo diverso, anche. La sua Bulgaria era stata autorizzata dagli altri paesi europei a poter attendere l’euro, come un Godot d’un benessere miracolante, e una serie di altre cose a cui Costantin non sapeva dare nome. La sua Bulgaria veniva ora citata dai telegiornali e ammessa come parola tra le parole di questa lingua italiana che andava imparando grazie ai ragazzi di quel posto che era stata una fabbrica e ora ci facevano un mucchio di roba tra cui insegnargli l’italiano. Costantin pensò a quanto era strano questo fatto dell’Europa. Pensò alla Bulgaria e alla sua parabola, dapprima obbligata a sfornare generazioni e generazioni di ingegneri e dottori, poi condannata alla povertà, alla fame, alla vergogna; e ora, svuotata di tutti i suoi giovani, sottoimpiegati come badanti, muratori, pulisci cessi in giro per quei paesi occidentali, veniva ammessa a beneficiare di privilegi che nessuno era in grado di capire. Inoltre gli risultava strano comprendere perché lo avessero iniziato a far lavorare di meno. Era bravo, giovane, forte come un toro. Pietro gli disse che il problema stava in un meccanismo che chiamò del ricatto. Devi avere pazienza. Aveva aggiunto Pietro. Costantin fece su e giù con la testa, ma sentì addosso quell’impotenza e incomprensione che spesso lo mettevano a disagio. Era sempre così, pensò, un sacco di gente decide per te. La tua vita viene portata di qua e di là e pensare che gli sarebbe bastato poter tornare a casa con Marja o raggiungerla pure lui in Germania, anche se lì si sarebbe trattato di provare a fare il camionista o il garzone. Ma Marja non la sentiva più da mesi e i giorni avevano iniziato ad essere tutti uguali. Tutti tiepidi. E vagamente grigi.

Finché, ancora una volta, la parabola. L’incredulità. La traiettoria a cui non avrebbe voluto credere. Inarrestabile.

Da A a B.

Non era possibile che Pietro stesse volando giù dall’impalcatura, un grido infinito, e il corpo rigido che non si ferma mai, fino al botto, fino al rumore che ti spezza le ossa. Costantin allora aveva guidato in fretta, dopo forse due anni che non lo faceva. Conosceva la prassi. Sapeva quello che doveva fare. Mentre il capocantiere si sbrigava a compilare i moduli di assunzione di Pietro, a far fissare le protezioni a norma, lui s’infilava tra le altre macchine lente e ingombranti fino al piazzale dell’ospedale, quello che aveva il nome di un uomo anziché di un santo, e lo lasciarono lì, Pietro, riverso per terra, come un calcinaccio.

La sera, Costantin non pianse. Il garage era freddo e vuoto, come la sua testa. Sentì sulle spalle la pressione insopportabile dell’URSS del 1990, dell’Europa del 2007, del silenzio di Marja e di quella sua identità di Corrado. Si mise a guardare le ultime foto di Kasia, che ormai aveva i suoi occhi e le mani della madre, per fortuna, e non le sue mani di pietra, che Costantin sperava non le sarebbero dovute servire mai. Cercò di pensare alla voce di Marja, ma inaspettatamente non la ricordava. Provò con la voce di suo zio, ma niente. Nessuna voce di casa gli veniva in mente. Allora dall’altra branda si alzò una voce un po’ stanca ma perentoria: era Pietro. Gli disse: “oh, che è quella faccia, mica sò morto io, mi sò ssolo rotto e’braccio!” A Costantin gli scappò da ridere, perché la voce di Pietro, pensava, non se la sarebbe mai dimenticata, non l’avrebbe mai persa come l’anellino d’argento, o come il suo stesso nome sepolto tra i cantieri di Malafede, di Acilia, del quartiere Caltagirone, di Porta di Roma, di Tor di Nona, Tor Vergata, Torre Maura.

Fino a quel momento non aveva mai sospettato che la voce di un manovale moldavo col braccio ingessato avrebbe potuto sospingere la parabola del suo stato d’animo da B ad A, da una solitudine bellicosa ad una tregua pacificante: dall’Italia alla Bulgaria; e allora rispose a quella voce che presto sarebbero tornati a casa, Pietro dai suoi nipoti e lui da suo fratello e suo zio per costruire case a modo loro, senza padrone, e una volta lui e la figlia Kasia lo sarebbero andati a prendere all’aeroporto, a zio Petja, e poi avrebbero mangiato e avrebbero bevuto e avrebbero riso; e raccontato dei tempi di Roma, la città in cui, se ci sopravvivi, ad ottobre, splende ancora il sole.

E in qualche modo, è il 2008.

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