Un pomeriggio che piove forte me ne vado in un'osteria, quella con la serranda che si apre soltanto a metà, tanto che bisogna passarci sotto per entrare. E' tre anni che è rotta, la serranda. Se uno non sa che è rotta, pensa che l'osteria sia chiusa e tira dritto. Secondo me, dall'impostazione che ha dato l'oste al suo locale, dal tipo di approccio che ha nell'attirare la clientela, dall'accurata politica di marketing che sta praticando per incentivare l'afflusso di avventori casuali nella sua osteria, secondo me la tiene rotta apposta così che non entri nessuno.
Nell'osteria, l'aria è satura di vino e formaggio stagionato. L'oste Ringo sta leggendo Stadio tenendolo steso sul bancone, ha la faccia cupa, quando entro non mi degna di uno sguardo. L'unico cliente è un ubriaco con la faccia riversa sul tavolo che biascica Vi uscido, vi uscido tutti fihgli di puthana. La politica di marketing, così ad occhio, sta funzionando a meraviglia. Mi pare il posto adatto per sistemare un aborto di romanzo venuto prematuramente al mondo, non corretto, incompiuto, informe.
Io ho scritto questo romanzo, l'ho mandato agli editori, poi mi sono reso conto di aver fatto una cazzata a spedire agli editori questa schifezza. Era meglio aspettare, era meglio lasciarlo decantare ancora un po', correggerlo, sistemarlo, rivederlo. Tutto tranne che spedirlo agli editori così, in forma grezza, non corretto, incompiuto, informe. Stendo i miei fogli sul tavolaccio imbevuto di vino, preparo la biro blu, ordino una caraffa di rosso della casa. L'oste sbuffa per l'interruzione della sua lettura, riempie di malavoglia la caraffa, me la porta ostile e maldisposto come chi ha dovuto coprire lo spazio tra il mio tavolo e il bancone, e finalmente torna a leggere il suo giornale.
Comincio a correggere, a tagliare, a sistemare il mio povero romanzo. Solo, non lo so cosa c'è nel vino di quest'osteria che sa di formaggio stagionato, ma finita la caraffa ho corretto appena dieci pagine e sono talmente fradicio che non riesco nemmeno a tenere in mano la biro blu.
Sbatto i miei occhietti intorpiditi, cerco di mettere a fuoco il locale, l'oste col giornale, l'ubriaco, to', ve', è entrato un cliente nuovo. Mi pare quasi di conoscerlo, il cliente nuovo. Mi conosce anche lui, mi sta guardando.
E' come se lo avessi già visto, ma in bianco e nero, tipo, e a due sole dimensioni. E' come vederselo davanti a colori e a tre dimensioni, con quei baffetti fuori moda, con quei desueti capelli impomatati, fosse plausibile solo dopo aver vuotato mezza caraffa di rosso luciferino e traditore.
Poi, di colpo, il tipo dai baffetti si siede al mio tavolo.
-Tu sei mio nipote-, mi dice, serissimo.
Sbatto gli occhi gonfi di vino. -No- biascico.
-Sì che lo sei. Io sono tuo nonno-.
-Mio nonno è a casa sua che sta guardando il Giro d'Italia-.
-Allora sono l'altro nonno, suppongo-.
-L'altro nonno è morto tredici anni fa-.
-Sarò il tuo bisnonno, dunque, alla malora. Colui che sta nel mezzo non è stato chiarissimo, ha detto che in quest'osteria avrei incontrato mio nipote, ti ha descritto anche abbastanza bene, ma non ha specificato il grado di parentela. Potrei essere il tuo bisnonno, dunque-.
Lo guardo bene. I baffetti e i capelli impomatati lo invecchiano, sì, ma il tizio avrà vent'anni, venticinque, massimo. Schiocco le dita. Ora ricordo dove l'ho visto quest'uomo dall'aria severa ma giusta da campagnolo arguto, quest'uomo dai valori antichi. In un vecchio dagherrotipo seppiato, l'ho visto.
-Nonno Primo!- esclamo sorpreso -Sei nonno Primo, il mio bisnonno!-
-E' il mio nome- dice, e dopo questa rivelazione restiamo per un po' in silenzio. Non sappiamo bene cosa dirci, e allora alla fine rompo il ghiaccio.
-Ascolta, nonno Primo-.
-Ti ascolto-.
-Non avertene a male per ciò che sto per dirti-.
-Non me ne avrò a male-.
-Quel che voglio dirti è, cioè, come dire, che ti vedo bene, per essere morto da cinquantadue anni. Cioè, a parte il look un po' rivedibile, da rinfrescare, decisamente, a vederti, sembri più giovane di me-.
-Ho vent'anni e quattro mesi-.
-Volevo ben dire-, e detto questo la conversazione torna a languire. Tamburello nervoso sul tavolo.
Stavolta è lui a parlare: -Suppongo di aver avuto dei figli, quindi-.
-Eh, sì. Se sei il mio bisnonno, te lo dico anch'io che hai avuto dei figli. Hai avuto dei figli, sì, per forza-.
-Quanti, se posso domandare?-
-Due maschi, una femmina. Mio nonno, due prozii-.
La conversazione si spegne nuovamente. Abbiamo un dialogo che ogni tanto s'ingolfa, io e nonno Primo, un rapporto su cui bisognerebbe lavorare. Sarà la timidezza, sarà lo sbalzo generazionale, sarà che non sono solito conversare con i parenti morti da cinquantadue anni.
Alla fine non resisto. -Nonno Primo, scusa. Come dire, ma, ecco, come cavolo ci sei arrivato, tu, qui?-
-Non saprei. Nuotavo-.
-Nuotavi. Stupendo. E poi?-
-Io nuoto sempre due ore precise, tutti i giorni, in qualunque stagione. Nuotavo da un'ora e mezza, ero già parecchio al largo. E' scoppiato un temporale. E' caduto un fulmine nell'acqua. Dopo, mi sono trovato di fronte Colui che sta nel mezzo-. Ridacchia divertito. -Pensavo quasi di essere morto e di aver di fronte un angelo-.
-E invece?-
-E invece, era Colui che sta nel mezzo. Mi ha detto di non preoccuparmi, mi ha spiegato che ero stato vittima di un fenomeno comunissimo, che ero finito in un buco nel tempo, che sarei riemerso in un punto collocabile a ottantadue anni nel futuro, di fronte a mio nipote. Ti ha descritto, mi ha detto più volte di stare tranquillo, che già stava lavorando per riparare il buco. Ha detto di godermi la vacanza, e di aspettare con fiducia-.
-Non mi pare che faccia una piega-.
-Mi ha spiegato che potrei rimanere qua, nel futuro, per un secondo o per dieci anni. Non fa alcuna differenza, ha detto. Qualunque cosa succeda in questo futuro, a buco riparato ritornerò indietro al momento esatto della mia scomparsa. Senza ricordare nulla di quel che avrò visto nel futuro. Senza essere invecchiato di un solo minuto. Così mi ha detto, Colui che sta nel mezzo, poi mi ha ripetuto di godermi la vacanza, senti, a proposito, il bordello di via Polese c'è ancora?-
-Bordello di via Polese. Uhm. Non credo-, e prima che possa parlargli della legge Merlin, nonno Primo si alza in piedi. Con lo sguardo fiero e risoluto di chi, dopo aver lavorato diciotto ore sulle locomotive, torna a casa a piedi facendosi quindici chilometri in mezzo ai campi, si contende con i cinque fratelli l'unico paio di scarpe buono, e se ne va a ballare giù in paese con le contadine più avvenenti, camminando altri quindici chilometri in mezzo ai campi. Così dice mio nonno, quello che sta guardando il tappone dolomitico, quando parla di suo padre.
Il quale, dal canto suo, sta dicendo: -Caro nipote, se mi permetti, io vado a esplorare la mia città. Non nascondo di essere particolamente curioso di scoprirne le trasformazioni, avremo ancora tempo e modo di incontrarci, se il destino lo vorrà. Altrimenti, lieto di averti conosciuto. Tanto non mi ricorderò di averti conosciuto, quando chiuderanno il buco nel tempo-.
-Fai attenzione al traffico. E' un pochino peggiorato, negli ultimi ottantadue anni-.
-Ci starò attento-. E nonno Primo scivola sotto la serranda rotta dell'osteria.
Speriamo che nonno Primo capisca in fretta che col verde si passa, che col rosso non si passa, che stia attento ai motorini.
Ma poi, figuriamoci. Se i miei calcoli sono esatti si è già fatto la prima guerra mondiale, nonno Primo. Mica si spaventerà per un semaforo, o per un motorino sulle corsie preferenziali.
Mi gratto il mento, torno a guardare i miei fogli. Dieci pagine ho corretto, cazzo. Solo dieci. Fradicio come sono, mica ce la faccio a correggere tutto il resto.
Allora decido di rischiare la vita, e ordino all'oste un'altra caraffa di rosso.
Perso per perso, tanto vale devastarsi totalmente.
Ho l’impressione che l’osteria di Ringo sia un po’ come l’Olandese volante, un frammento di universo al di fuori del tempo. Che un giorno potrei scivolare sotto la serranda e trovarmi di fronte le carrozze con i cavalli, gli etruschi, le cento torri abbattute. Vorrei esporre questa teoria a Ringo, una volta. Anche solo per sentire la sua risposta.



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