Lo so, devo dirti una cosa e farei meglio a dirtela
in faccia invece di starmene rintanato qua a pensarti,
con una penna in mano e gli occhi che vanno su al
soffitto e poi giù sul foglio bianco, mentre tu chissà
che combini in giro, a destra e a manca. E’ una cosetta
che non dura tanto a dirsi, e data la sua brevità, due
parole, forse sarebbe meglio smettere con ‘sta manciata
di righe e prendere il mio sax e soffiarci dentro un
po’ di musica e chiudere gli occhi e immaginarti.
Sì, forse a dirtela di persona avrebbe più senso,
che so? ad incontrarci in un bar, ma è che non mi concentro
se mi stai davanti e comincio a guardarti, mi
sale ancora un po’ l’emozione, casomai ti chiedo se
vuoi una birra, casomai ne ordino due, una anche per
me, e allora riprendo a guardarti, fissandoti le mani
mentre fumi e sto bene così, senza bisogno di spiegarti
questo e quello.
Fuori piove, fa brutto stasera e l’albero di fronte
alla mia finestra dondola vagamente minaccioso. Spero
che non mi crolli sul tetto. Te l’immagini a crepare
così, spiaccicato, alla luce dell’abat-jour, che ancora
non ho finito di scrivere. I soccorritori troverebbero
questa lettera incompleta e al mio funerale, fra una
lacrima e l’altra, ti frullerebbe in testa soltanto
quel dubbio: chissà che voleva? con tutto il tempo che
aveva per dirmelo, se aveva deciso di scriverlo era una
cosa importante, penseresti, una cosa difficile.
Ma non è così, la verità è che semplicemente dal
vivo non ce la faccio. Ogni volta che vai via da qui,
tiro su un sospiro, anche oggi non gliel’hai detto, mi
rimprovera una vocina, ah, però non l’hai persa, tornerà,
mi rassicura un’altra vocina, hai tempo. Ecco, questo
mi succede ogni volta che esci da qui e spero che
non ho fatto cazzate, che sei stata bene e che prima o
poi richiamerai per dire: vengo a dormire da te stasera,
occhéi?
Sai che è? non sono tranquillo al cento per cento,
di notte mi sveglio spesso e mi manchi, capita anche
quando sei lì al mio fianco, che m’hai fregato le coperte
e il tuo corpo sviluppa il calore di una fornace.
Allora vorrei svegliarti per dirti ‘sta cosa, ma lascio
perdere e ti tocco la pancia che è calda come un termosifone,
quando dormi, e ti sudano le guance e i capelli
ti si appiccicano di sopra, col loro bel nero.
Ma non sto qui mica a raccontare come dormi, che è
di quella cosa che volevo parlarti. E’ di noi due, insomma,
sai com’è? la gente mi chiede: state insieme tu
e lei? e a volte gli rispondo, tutto orgoglioso, certo
che sì, claro, altre volte faccio un po’ il vago, boh,
forse, non so, non si sa mai come vanno ‘ste storie, e
con alcuni tronco invece di netto, ma sei pazzo? gli
faccio, con una così non ci puoi stare insieme.
Ed è uguale quello che dico, che tanto alla fine
mi sembra di mentire comunque.
Che non ti piace parlare di cose serie, a te, l’ho
capito subito. I nomi e gli aggettivi ti fanno schifo,
le definizioni ti creano ribrezzo e lo so che non siamo
piantine tropicali o vermi sconosciuti che bisogna inserirli
in un catalogo. Eppure a me manca un concetto,
una parola, alla quale aggrapparmi, così, tanto per poter
dire, ah, questo siamo, io e lei. Una parolina, una
descrizione che me la posso mettere in cornice, da contemplare
quando sono triste.
Ma cosa siamo, mica t’interessa a te. E’ il fluido
della vita che t’attrae, lo so, il senso e non che nome
abbia.
Sarà che siamo diversi, è un fattore che avevo già
messo in conto e che mi fa paura, questo essere diversi.
Mi ricordo di quando mia madre aspettava la sera
quell’imbecille del suo uomo – non mi va di chiamarlo
mio padre – e la vedevo in cucina, a lume di candela o
con un libro in mano, con la speranza di sentire il cigolio
della nostra porta d’ingresso. Siamo diversi io e
lui, tutto qua, mi diceva per scusarsi, per trovare
delle giustificazioni che quell’idiota ritornava a casa
una notte sì e due no, per farmi capire che non ce la
faceva ad odiarlo. Poi quando la piantò del tutto, dovetti
sentirla ripetere: eravamo diversi, tutto qua, e
non c’aveva più lacrime da piangere quella disgraziata
di mia madre.
Sono ricordi che mi mettono paura.
I poli opposti s’attraggono, mi spiega spesso un
mio amico (Gigi, quello del bar), ma non è che ci credo
davvero.
Sempre questo mio amico, che poi in verità, a parte
essere compagni di bevute, non è che siamo molto legati,
perché lui c’ha un’aria un po’ troppo intelligente
per i miei gusti, beh, questo mio amico m’ha anche
detto che secondo lui l’amore è una cosa che uno non ha
e vuole regalare a qualcuno che non la vuole. Credo che
però è una citazione che ha sentito da qualche parte.
Ogni tanto provo a raccontargli di noi, è che tu
la ami e contemporaneamente la odi, qua sta il tuo problema,
mi risponde Gigi senza ascoltarmi. E anche questa
mi sa che l’ha copiata da qualcun altro.
Ma non è del mio pseudo-amico Gigi che volevo parlarti,
era solo per dire che, vedi, le persone discutono
normalmente d’amore, noi no, c’è gente che se ne
riempie la bocca, la mastica e la rimastica ‘sta parola
e poi la sputa e la vomita ad ogni occasione, noi no!
E va bene così, mi dirai, e forse non hai tutti i
torti, ma la cosa che ti devo dire mi resta ancora cementata
al palato...
Ecco, riparto, ci provo diretto.
M’hai mai detto che m’ami? No, che non me l’hai
mai detto.
Che almeno un grammo d’affetto lo provi, che qualche
briciola di calore me la concedi, che un po’ di
bene me ne vuoi? No, mai.
Ed io per parte mia ho fatto lo stesso. Zitto e
muto come un pesce.
Eppure certe volte, che sto fra le tue braccia, la
testa sul tuo seno, magari con un disco di Joe Henderson
che gira sul piatto, mi sembra proprio che abbia
‘sta cosa da dirti. Invece rimango in silenzio.
Sarei disposto a fare quei versacci che si miagolano
gli innamorati, se in quel momento mi chiamassi
fuffi fuffi, passerottino o cicciottello, giuro che non
mi vergognerei, così fra noi, magari con un pezzo di
Joe Henderson nello stereo. E invece rimaniamo in silenzio
che, chiaro! è bello uguale, forse anche più
bello. Solo che mi ritrovo ‘sta diamine d’espressione,
‘sta fottuta cosa appiccicata alla lingua e se ne vor-
rebbe venire fuori, e ci sono ‘ste orecchie, le mie,
che ogni tanto la vorrebbero sentire da te. E invece
no!
Parole? Lo so, questo diresti un po’ delusa da me,
sono soltanto parole, lo capisco anch’io, ci sta niente
da filosofare, quello che conta è come stiamo e non che
nome ci tocca, eppure... boh.
Lo vedo che capisci cosa provo, cosa voglio comunicarti
quando prendo il mio sax e ci soffio dentro, lo
vedo che chiudi gli occhi e ti colleghi telepaticamente
con me, salendo e scendendo scale di note.
Ah, te lo ricordi di allora, della nostra prima
volta? Di quando sono venuto alla piazza di fronte al
tabacchino dove lavoravi, un freddo cane, per fortuna
che m’ero portato i guanti senza dita, e ho tirato fuori
il mio sax e ho suonato per te melodie non ancora
provate, sconosciute al mio fiato, alle mie mani. E tu
sei uscita fuori a sentirmi e c’era gente che faceva la
fila per un francobollo o le Camel, signorina, protestavano
alcuni e tu gli facevi sccc, silenzio, non
vede? sono impegnata. Che serata meravigliosa.
E poi ho aspettato che chiudessi il tabacchi, ce
ne siamo andati a zonzo per la città. Per tornare a
casa, a casa tua, abbiamo fatto l’autostop, o meglio tu
hai fatto l’autostop, che io rimanevo nascosto dietro
le siepi. Ci caricò quel vecchio maniaco e non voleva
più fermarsi di fronte all’incrocio dove avevi detto
stop. Ed io gli presi il bavero della giacca, mentre tu
gli tiravi le orecchie, gli passò quel ghigno perverso
che aveva stampato sul volto.
Ecco, forse te l’avrei dovuto allora quando siamo
scappati dalla sua Ritmo, ma mi sembrò troppo presto.
O forse t’andava detto quell’altra volta che m’invitasti
a cena, “Chez Marc”, dio, quant’era caro e
quanto bene avevamo mangiato. Che poi tu m’hai guardato
con una faccia da criminale: dobbiamo scappare, ed in
mezzo a tutta quella chiccheria abbiamo iniziato a farci
largo ed a correre e ancora per strada senza fiato,
con il cameriere che c’inseguiva ed io che t’urlavo:
fai in fretta, più veloce. Non posso dimenticare la tua
faccia, quando hai scoperto che avevi scordato le chiavi
di casa sul tavolo, fra il Chianti e il dessert.
Ecco, forse te l’avrei dovuto dire allora, mentre
provavamo a sfondare la tua porta, ma eravamo troppo
felici e leggeri.
O forse avevo bisogno di più coraggio, stavo per
dirtelo la sera che arrivasti da me, con un malloppo di
fotocopie, mezza piangendo. Era morto De André e avevi
racimolato i testi di tutte le sue canzoni, me li leggesti
per la notte intera, fino all’alba, davanti ad un
altarino con candele annesse.
O forse ‘sta cosa avrei dovuto dirtela ogni cinque
minuti, casomai all’inizio portandoti a vedere un tramonto
sul mare o sedendo sul pratino del parco e dirti:
senti, lo sai che e poi, zak, pronunciare ‘ste stramaledette
parole.
O forse in un giorno qualunque, casomai quando ti
prende la crisi che vuoi fare pulizia e ti vedo girare
per casa, una bandana in testa ed il mociovileda in
mano, ma rimango a osservati, a contemplare il mio pezzo
di paradiso.
Ecco la cosa che ti voglio dire è che... Scusa,
squilla il telefono, mi distrae, scusa solo un secondo
che vado a rispondere.
P.S. Eri tu, con la voce un po’ ubriaca, hai detto
che stai arrivando. L’albero di fronte alla finestra
vacilla sempre di più. Di certo sarai zuppa per la
pioggia. Allora forse ‘sta cosa te la dirò stanotte,
quando ti sei addormentata, forse, chissà.



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