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Home Racconti Devo dirti - V. Gallico

Devo dirti - V. Gallico

Lo so, devo dirti una cosa e farei meglio a dirtela

in faccia invece di starmene rintanato qua a pensarti,

con una penna in mano e gli occhi che vanno su al

soffitto e poi giù sul foglio bianco, mentre tu chissà

che combini in giro, a destra e a manca. E’ una cosetta

che non dura tanto a dirsi, e data la sua brevità, due

parole, forse sarebbe meglio smettere con ‘sta manciata

di righe e prendere il mio sax e soffiarci dentro un

po’ di musica e chiudere gli occhi e immaginarti.

Sì, forse a dirtela di persona avrebbe più senso,

che so? ad incontrarci in un bar, ma è che non mi concentro

se mi stai davanti e comincio a guardarti, mi

sale ancora un po’ l’emozione, casomai ti chiedo se

vuoi una birra, casomai ne ordino due, una anche per

me, e allora riprendo a guardarti, fissandoti le mani

mentre fumi e sto bene così, senza bisogno di spiegarti

questo e quello.

Fuori piove, fa brutto stasera e l’albero di fronte

alla mia finestra dondola vagamente minaccioso. Spero

che non mi crolli sul tetto. Te l’immagini a crepare

così, spiaccicato, alla luce dell’abat-jour, che ancora

non ho finito di scrivere. I soccorritori troverebbero

questa lettera incompleta e al mio funerale, fra una

lacrima e l’altra, ti frullerebbe in testa soltanto

quel dubbio: chissà che voleva? con tutto il tempo che

aveva per dirmelo, se aveva deciso di scriverlo era una

cosa importante, penseresti, una cosa difficile.

Ma non è così, la verità è che semplicemente dal

vivo non ce la faccio. Ogni volta che vai via da qui,

tiro su un sospiro, anche oggi non gliel’hai detto, mi

rimprovera una vocina, ah, però non l’hai persa, tornerà,

mi rassicura un’altra vocina, hai tempo. Ecco, questo

mi succede ogni volta che esci da qui e spero che

non ho fatto cazzate, che sei stata bene e che prima o

poi richiamerai per dire: vengo a dormire da te stasera,

occhéi?

Sai che è? non sono tranquillo al cento per cento,

di notte mi sveglio spesso e mi manchi, capita anche

quando sei lì al mio fianco, che m’hai fregato le coperte

e il tuo corpo sviluppa il calore di una fornace.

Allora vorrei svegliarti per dirti ‘sta cosa, ma lascio

perdere e ti tocco la pancia che è calda come un termosifone,

quando dormi, e ti sudano le guance e i capelli

ti si appiccicano di sopra, col loro bel nero.

Ma non sto qui mica a raccontare come dormi, che è

di quella cosa che volevo parlarti. E’ di noi due, insomma,

sai com’è? la gente mi chiede: state insieme tu

e lei? e a volte gli rispondo, tutto orgoglioso, certo

che sì, claro, altre volte faccio un po’ il vago, boh,

forse, non so, non si sa mai come vanno ‘ste storie, e

con alcuni tronco invece di netto, ma sei pazzo? gli

faccio, con una così non ci puoi stare insieme.

Ed è uguale quello che dico, che tanto alla fine

mi sembra di mentire comunque.

Che non ti piace parlare di cose serie, a te, l’ho

capito subito. I nomi e gli aggettivi ti fanno schifo,

le definizioni ti creano ribrezzo e lo so che non siamo

piantine tropicali o vermi sconosciuti che bisogna inserirli

in un catalogo. Eppure a me manca un concetto,

una parola, alla quale aggrapparmi, così, tanto per poter

dire, ah, questo siamo, io e lei. Una parolina, una

descrizione che me la posso mettere in cornice, da contemplare

quando sono triste.

Ma cosa siamo, mica t’interessa a te. E’ il fluido

della vita che t’attrae, lo so, il senso e non che nome

abbia.

Sarà che siamo diversi, è un fattore che avevo già

messo in conto e che mi fa paura, questo essere diversi.

Mi ricordo di quando mia madre aspettava la sera

quell’imbecille del suo uomo – non mi va di chiamarlo

mio padre – e la vedevo in cucina, a lume di candela o

con un libro in mano, con la speranza di sentire il cigolio

della nostra porta d’ingresso. Siamo diversi io e

lui, tutto qua, mi diceva per scusarsi, per trovare

delle giustificazioni che quell’idiota ritornava a casa

una notte sì e due no, per farmi capire che non ce la

faceva ad odiarlo. Poi quando la piantò del tutto, dovetti

sentirla ripetere: eravamo diversi, tutto qua, e

non c’aveva più lacrime da piangere quella disgraziata

di mia madre.

Sono ricordi che mi mettono paura.

I poli opposti s’attraggono, mi spiega spesso un

mio amico (Gigi, quello del bar), ma non è che ci credo

davvero.

Sempre questo mio amico, che poi in verità, a parte

essere compagni di bevute, non è che siamo molto legati,

perché lui c’ha un’aria un po’ troppo intelligente

per i miei gusti, beh, questo mio amico m’ha anche

detto che secondo lui l’amore è una cosa che uno non ha

e vuole regalare a qualcuno che non la vuole. Credo che

però è una citazione che ha sentito da qualche parte.

Ogni tanto provo a raccontargli di noi, è che tu

la ami e contemporaneamente la odi, qua sta il tuo problema,

mi risponde Gigi senza ascoltarmi. E anche questa

mi sa che l’ha copiata da qualcun altro.

Ma non è del mio pseudo-amico Gigi che volevo parlarti,

era solo per dire che, vedi, le persone discutono

normalmente d’amore, noi no, c’è gente che se ne

riempie la bocca, la mastica e la rimastica ‘sta parola

e poi la sputa e la vomita ad ogni occasione, noi no!

E va bene così, mi dirai, e forse non hai tutti i

torti, ma la cosa che ti devo dire mi resta ancora cementata

al palato...

Ecco, riparto, ci provo diretto.

M’hai mai detto che m’ami? No, che non me l’hai

mai detto.

Che almeno un grammo d’affetto lo provi, che qualche

briciola di calore me la concedi, che un po’ di

bene me ne vuoi? No, mai.

Ed io per parte mia ho fatto lo stesso. Zitto e

muto come un pesce.

Eppure certe volte, che sto fra le tue braccia, la

testa sul tuo seno, magari con un disco di Joe Henderson

che gira sul piatto, mi sembra proprio che abbia

‘sta cosa da dirti. Invece rimango in silenzio.

Sarei disposto a fare quei versacci che si miagolano

gli innamorati, se in quel momento mi chiamassi

fuffi fuffi, passerottino o cicciottello, giuro che non

mi vergognerei, così fra noi, magari con un pezzo di

Joe Henderson nello stereo. E invece rimaniamo in silenzio

che, chiaro! è bello uguale, forse anche più

bello. Solo che mi ritrovo ‘sta diamine d’espressione,

‘sta fottuta cosa appiccicata alla lingua e se ne vor-

rebbe venire fuori, e ci sono ‘ste orecchie, le mie,

che ogni tanto la vorrebbero sentire da te. E invece

no!

Parole? Lo so, questo diresti un po’ delusa da me,

sono soltanto parole, lo capisco anch’io, ci sta niente

da filosofare, quello che conta è come stiamo e non che

nome ci tocca, eppure... boh.

Lo vedo che capisci cosa provo, cosa voglio comunicarti

quando prendo il mio sax e ci soffio dentro, lo

vedo che chiudi gli occhi e ti colleghi telepaticamente

con me, salendo e scendendo scale di note.

Ah, te lo ricordi di allora, della nostra prima

volta? Di quando sono venuto alla piazza di fronte al

tabacchino dove lavoravi, un freddo cane, per fortuna

che m’ero portato i guanti senza dita, e ho tirato fuori

il mio sax e ho suonato per te melodie non ancora

provate, sconosciute al mio fiato, alle mie mani. E tu

sei uscita fuori a sentirmi e c’era gente che faceva la

fila per un francobollo o le Camel, signorina, protestavano

alcuni e tu gli facevi sccc, silenzio, non

vede? sono impegnata. Che serata meravigliosa.

E poi ho aspettato che chiudessi il tabacchi, ce

ne siamo andati a zonzo per la città. Per tornare a

casa, a casa tua, abbiamo fatto l’autostop, o meglio tu

hai fatto l’autostop, che io rimanevo nascosto dietro

le siepi. Ci caricò quel vecchio maniaco e non voleva

più fermarsi di fronte all’incrocio dove avevi detto

stop. Ed io gli presi il bavero della giacca, mentre tu

gli tiravi le orecchie, gli passò quel ghigno perverso

che aveva stampato sul volto.

Ecco, forse te l’avrei dovuto allora quando siamo

scappati dalla sua Ritmo, ma mi sembrò troppo presto.

O forse t’andava detto quell’altra volta che m’invitasti

a cena, “Chez Marc”, dio, quant’era caro e

quanto bene avevamo mangiato. Che poi tu m’hai guardato

con una faccia da criminale: dobbiamo scappare, ed in

mezzo a tutta quella chiccheria abbiamo iniziato a farci

largo ed a correre e ancora per strada senza fiato,

con il cameriere che c’inseguiva ed io che t’urlavo:

fai in fretta, più veloce. Non posso dimenticare la tua

faccia, quando hai scoperto che avevi scordato le chiavi

di casa sul tavolo, fra il Chianti e il dessert.

Ecco, forse te l’avrei dovuto dire allora, mentre

provavamo a sfondare la tua porta, ma eravamo troppo

felici e leggeri.

O forse avevo bisogno di più coraggio, stavo per

dirtelo la sera che arrivasti da me, con un malloppo di

fotocopie, mezza piangendo. Era morto De André e avevi

racimolato i testi di tutte le sue canzoni, me li leggesti

per la notte intera, fino all’alba, davanti ad un

altarino con candele annesse.

O forse ‘sta cosa avrei dovuto dirtela ogni cinque

minuti, casomai all’inizio portandoti a vedere un tramonto

sul mare o sedendo sul pratino del parco e dirti:

senti, lo sai che e poi, zak, pronunciare ‘ste stramaledette

parole.

O forse in un giorno qualunque, casomai quando ti

prende la crisi che vuoi fare pulizia e ti vedo girare

per casa, una bandana in testa ed il mociovileda in

mano, ma rimango a osservati, a contemplare il mio pezzo

di paradiso.

Ecco la cosa che ti voglio dire è che... Scusa,

squilla il telefono, mi distrae, scusa solo un secondo

che vado a rispondere.

P.S. Eri tu, con la voce un po’ ubriaca, hai detto

che stai arrivando. L’albero di fronte alla finestra

vacilla sempre di più. Di certo sarai zuppa per la

pioggia. Allora forse ‘sta cosa te la dirò stanotte,

quando ti sei addormentata, forse, chissà.

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NARRAZIONI DI POPOLO

Un solo round decisivo...

"A short left hook and then a right to the jaw slammed the 25-year-old Turpin to the canvas," adding "He fell hard and his head hit the deck with a thump." Associated press

La statua si trova a Warwickshire in Inghilterra e domina con il silenzio del bronzo tutta Market Square. Lui accenna ostile un gancio corto, un colpo da KO. È Randolph Turpin, e la scultura in suo onore mostra che non ci si arrende mai, neanche da Morti, che la leggenda continua, anche dopo di noi.

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Aprile in Viaggio...
... con le lotte operaie.
È tratto dal romanzo Vogliamo tutto di Nanni Balestrini il reading-concerto, realizzato da noi di TN insieme a DeriveApprodi Editore, che attraverserà l’Italia a partire dal 27 aprile per (ri)parlare di lotte, repressione, operaismo, emigrazione, a quarant’anni dall’uscita del libro che meglio di qualunque altro ha raccontato questi temi a molte generazioni di lettori, attivisti, cittadini.

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Marzo con le pecore. Leggo e sento parlare di letteratura e rete, ancora, sono quindici anni che se ne discute, di social network e immaginifico, di e-book e ipertesto, la nuova abbuffata delle major. Vedo scrittori che girovagano straniti su facebook, mi pregerò di parlarvene nel prossimo numero di Bloodbath, leggo liste di proscrizione, classifiche, la lobby che cerca di imbrigliare il Popolo della rete ma non le riesce, o meglio le riesce difficile: troppo diverso da quello dei salotti buoni, così disomogeneo, delocalizzato, presente e assente in un tempo, asservito e accanito.

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Un editoriale muto.
Ascolta il Frumento Romano,
sfiora i chicchi di grano,

scopri alcune delle cose
che stiamo facendo.
Noi siamo la città dell'uomo.

 

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A voi. Il mito del Natale s’è fatto carne, indosserò un cuscino sullo stomaco e un vestito di pezza rossa, lo farò per la prima volta e a questo penso. Niente di più. Porterò una bicicletta arancione da 12 pollici sotto il braccio ed entrerò di soppiatto dal balcone. Mi farò racconto già prima di raccontare.
TerraNullius si ferma fino al 9 gennaio, vi facciamo gli auguri, l’editoriale esce con una settimana di anticipo, torniamo ad essere quello che siamo sempre stati. Niente di più.
A voi, il primo editoriale del nuovo anno!
Luca Moretti

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Audioteque

Toni Bruno