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Home Racconti L'attesa di un figlio - P. Fiore

L'attesa di un figlio - P. Fiore

In quel periodo, appena saputo che Mariuccia era incinta, camminavo per esempio nel parco o stavo semplicemente in metro e facevo caso alla quantità di giovani padri coi figlioletti in braccio. In alternativa, se non erano in braccio, stavano mollemente imbracati in quelle specie di zaini per neonati che si appendono sul davanti. Una volta ero seduto proprio accanto a un esempio di questi in tram: il bambino schiacciato al torace paterno, e il padre con degli occhiali da prete a coprirgli mezza faccia. Reggeva il biberon e mestamene guardava fuori dal finestrino svolgersi in corsa tutta uguale la periferia sud. Del pupattolo vedevo solo la testa, parzialmente spelata, e le manine grinzose che lui apriva e chiudeva.

E’ così che io mi sarei immaginato padre tutto il tempo che aspettavo di diventarlo. Con mio figlio appeso sul davanti dentro un’imbracatura da paracadutista neonato, senza poterla mai sganciare. Sarebbe rimasto tutta la vita saldato al mio torace: al lavoro ci sarei andato col figlio addosso, in ferie col figlio, pasqua e pasquetta e ferragosto col figlio, dappertutto con lui, col figlio, praticamente per sempre. Avrebbe cominciato a crescere dentro la sua imbracatura, e con lui io a invecchiare, diventando sempre più pesante lui, e io più artritico, finchè non mi sarei ritrovato ventre contro ventre con un giovane uomo che mette i primi peli sulla faccia, che mi alita addosso tutto il giorno chiamandomi papà.

Papà, papà, ti voglio bene papà.

Vostro figlio è un bel maschietto, ha detto il ginecologo agitandoci davanti al naso le carte incomprensibili dell’ecografia, ma purtroppo sarà bicefalo. Poi ha fatto uno schiocco con la bocca, ha appoggiato le carte sul tavolo di ferro e ci ha guardato con le mani raccolte sul tavolo.

Visto che né io né Mariuccia davamo segnali di coscienza, ha continuato: bicefalo significa che ha due teste. E poi di nuovo zitto. La mano di Mariuccia nella mia sotto al tavolo l’ho sentita per un attimo sfaldarsi come fosse fatta di creta molle e non carne, tutto lo studio (essendo situato sopra a una pasticceria) era saturo di odore di crema pure quella volta, come tutte le volte che ci eravamo andati nel corso della gravidanza. E finanche le orbite spellate del modello anatomico nell’angolo in fondo parevano impietosirsi del destino di nostro figlio bicefalo.

Poi, più tardi, nella pasticceria al pianterreno dello stabile, io ho stretto la spalla di Mariuccia per farle forza, mentre lei guardava senza voglia il suo babà mollemente adagiato su un fianco tra gli schitti di rum. Le ho stretto la spalla e dopo un po’ lei dal babà ha alzato gli occhi su di me, ci siamo guardati – la faccia di Mariuccia allora aveva già preso quel certo particolare gonfiume delle ingravidate – ha detto: l’importante è che è sano.

Nell’attesa di essere padre, a volte sognavo di viaggiare nell’utero guardando gli schemi nei libri sulla gravidanza che avevano riempito la casa. Attraversavo le grandi labbra e ero nella vulva, da lì su per la vagina, poi lungo la tuba di Falloppio, sempre più in fondo, e finalmente nell’ovaia. Nel cuore dell’ovaia io mi accoccolavo e addormentavo, in uno spazio soffice senza suoni, niente ronzio del frigorifero, niente motorino dell’acquario delle tartarughe per il ricambio dell’acqua, niente telefonate promozionali Wind – un oceano di silenzio e nient’altro.

Poi ho scoperto che le donne hanno le mestruazioni, che significa che l’ovaia una volta al mese muore si stacca e viene espulsa: allora certe volte nel mio sogno succedeva pure che le pareti della stanza cominciassero a colare, s’accartocciavano con me dentro, e io stesso venivo risucchiato assieme ai resti spappolati della camera in fondo a un tubo nero. Finivo assorbito da un tampax, tra i grumi, inerme.

E’ uguale a te, è stata la prima cosa che ha detto la Mariuccia dal letto di degenza, sorridendomi, quando sono entrato nella stanza. Aveva in braccio nostro figlio: da un involto minuscolo di panni bianchi sbocciavano le due testoline grinzose, la luce nella stanza era azzurrina, azzurrina pure una grossa infermiera cubica che è rimasta tutto il tempo in un angolo zitta a sorvegliarci.

Mi sono avvicinato, ho messo sul comodino il mazzo di fiori a poco prezzo che avevo preso dal pachistano al semaforo, seduto sul bordo del letto ho guardato mio figlio mentre Mariuccia si scopriva le due masse molli delle tette. Le due teste hanno cercato ognuna il suo capezzolo, si sono attaccate a ciucciare. E’ uguale pure a te, le ho risposto, avevamo ragione tutti e due, mi sentivo felice e papà due volte.

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