Mi sa che mi sto perdendo in te”. Ecco, voglio questo tatuato sulla spalla.
Fa freddo stamattina e tu stai senza maglia in Piazza San Frediano. Gli occhi di tutti addosso. I pensieri di tutti che si interrogano e vorrebbero sapere perché uno come te sta senza felpa quando ci sono cinque gradi e parla e si tocca la schiena. Anche io ti guardo. Bella schiena che hai. Liscia e lunga. Liscia e senza peli. Qualche brufolo qua e là. Una cicatrice sotto l’ascella destra. Te la tocco e ti chiedo come te la sei fatta. Cerchi di prenderla con la mano destra ma non ci riesci. Ti giri tutto e con la mano neanche la sfiori. Io ti guardo e rido. Che sei bello è vero. Che sei stupido pure.
- Senti a me piace parecchio. Non è una bella frase?
- La frase per essere bella è bella, ma che senso ha?
Adesso non rispondi. Apri la bocca e non rispondi. Stai in silenzio, insomma.Poi vedo che ti verrebbe da dire di tutto. Che ti piacerebbe parlare di mille cose e poi mille. E invece mi dici solo che è quello che stai provando in questo momento e che vorresti ricordartelo per sempre. Perché poi tutto si rovina, indipendentemente dal resto. E allora tu vuoi che questo bel momento, adesso che è intatto, continui. E resti com’è adesso: splendido.
Io non ci posso credere e ti fisso mentre stai guardando il cielo. E allora tutti ci guardano e la tua maglia che tieni in mano ti cade e la cicatrice si allarga e non riesco a pensare ad altro che sei bello.
E che stiamo insieme e che mi rendi molto felice. Penso solo a questo, insomma. E tutto il resto, compresi gli sguardi di quelli del bar, si annullano.
“Se tu ti fai un tatuaggio me lo faccio anche io” dico poi. E mi rendo conto che ho detto proprio una grande cazzata. Di crederci, non ci credo. Però so che non mi posso più tirare in dietro. Vedo che le tue mani svolazzano e tagliano e dividono e spezzano il cielo e l’aria fra di noi. Annuisco. C’è poco da fare, insomma. Annuisco e ti lancio la maglia. La prendi e andiamo dal Franchetti ché fa i tatuaggi in Piazza San Martino. Per la strada ci fumiamo una sigaretta e poi un’altra. Hai comprato le Diana perché costano meno. Io non dico niente anche se mi fanno schifo e queste sigarette le odio perché le fumavano i muratori che mi hanno ristrutturato il palazzo nel “89. Mentre ripassavano l’intonaco fumavano ininterrottamente. Accendi, spegni. Lanciavano i mozziconi sul pavimento. Alza, abbassa. E la strisciata di nero rigava le mattonelle verdi e blu. Quanto ci ho lavorato, per pulire. Maledetti muratori e maledette Diana. Poi arriviamo in San Martino e i ventisette metri quadri del Franchetti ci guardano. Appoggiata alla porta c’è l’insegna.
“Tatooooo” sta scritto con la vernice rossa. Dentro ogni O c’è l’impronta di un dito. E’ grottesco - penso. Ma lo penso è basta ché se mi mettessi a dirtelo e a spiegarti che ci prenderemo un’infezione e probabilmente moriremo di chissà cosa mi metteresti il broncio. Certo che devo essere proprio scema: meglio un’infezione al tuo broncio. Sono semplicemente innamorata di te. Ecco tutto. Palla al centro. Uno a zero.
Entriamo: é lui. Antonio Franchetti - per gli amici e i nemici, i parenti, gli zii e i cugini - ci guarda. Lui sta dietro sta cazzo di scrivania con gli occhi puntati non si sa dove e tiene lo sguardo fuori dalla porta. Noi stiamo sulla traiettoria e inevitabilmente ci fissa. “Che bello. Il tatuatore derealizzato” mi dico adesso.Mi trattengo a stento e quello che viene fuori, e che anche tu ascolti, è un blaterare prolungato e. Un blaterare, insomma. Mi sembra di essere sulla scena di un video dei Verve. Quelli che cantavano “I’m a lucky man”. Io lucky, fortunata, non mi sono mai sentita. Vuoi perché il galateo insegna che il bicchiere va riempito sempre a metà e che è maleducazione riempirlo di più e che lo vedo sempre mezzo vuoto perché avere un bicchiere di acqua costa venti centesimi e vederselo pure vuotino fa incazzare. Vuoi perché non so quello che dico, come adesso.
Vuoi pure perché il mio lavoro mi fa innervosire. Ne ho tre di lavori e non guadagno mille euro al mese. Mi spacco la schiena, le scatole, i maroni e non raggiungo i due milioni in trenta giorni. Cazzo. Questa è una frase da cazzo. E dire che le parolacce non mi piacciono. E dire che quelli del gruppo di conselour – ascoltano i miei problemi e non mi fanno pagare – dicono che dovrei smetterla di parlare da sola. Il fatto è che il ragazzo l’ho trovato. Ti ho trovato. Che non ne posso più di farmi pagare l’affitto dai miei anche se me ne sono andata. Il fatto è che il Franchini mi guarda e vedo che le sue pupille crescono e si richiudono, piccole piccole. E vedo che anche se ha il cervello distrutto da non so cosa, probabilmente da musica e alcool, è contento. Forse è arrivato al punto in cui il desiderio di essere e quello che realmente è, si sono incollati uno sull’altro fino a combaciare. Forse lui è arrivato in questo baracchino in San Martino alla pace. Dei sensi, del portafogli, dell’anima. Alla pace di tutto quello che riguarda e richiede e vorrebbe un appagamento.
Rompo il silenzio. Taglio con le mani la cappa di fumo. Mi avvicino all’uomo che guarda i piccioni in piazza come il marinaio scruta l’orizzonte in cerca di terra. Mi avvicino e gli allungo la mano sul naso. “Com’è?” domando. Fare amichevole. Tono della voce medio-alto. Sguardo, il mio, convinto. Di quella convinzione che effettivamente non c’è, ma che tanto ci vorrebbe stare.
Lui scuote la testa e commenta: “Non ci sono problemi, tatuaggi economici, fatti bene, realizzati velocemente. Tutte le taglie, tutte le tasche”. Ecco cosa succede a svegliare un tatuatore depresso da un prolungato stato di quiete. Probabilmente immaginava di pascere mucche e pecore sui monti bolognesi.
– Bologna ha i monti? Si possono pascolare gli animali? Gli animali parlano bolognese? -.
Il fumo di deve aver fatto male. La testa mi gira. E maledico le Diana e questo baracchino e il fatto che volevo. Voglio. Vorrei. Tatuaggio. Rincorrendo le mie parole confuse sento che mi fanno sedere e neanche mi appoggio allo schienale mi viene un di mal di testa da spararsi in canna. Fuori di metafora. Fuori di testa. La testa che pesa. Il pensiero che si annulla e io con lui. Leggero. Il pensiero e l’alito del Franchini, di birra e marcio, che mi sta sul collo. E tante lettere che si cancellano. Che mi colorano la pelle e mi fanno male. Un male boia.
“Con te abbiamo fatto, e tu: cosa vuoi?” ulula il Frank. La sua voce rimbomba nelle mie orecchie. La sento amplificata a mille. Poi vedo che mi fa cenno di alzarmi. Ed io mi alzo. E mi fa da un bicchiere. Ci sputo dentro. E sputo sangue. Sangue nell’acqua. E mi rendo conto che non è bello. E il sangue si allarga nell’acqua e mi fa strano vederlo. E lo vorrei toccare ma lui mi toglie il bicchiere e lo sento che ti dice che non gli era mai successo che una si mettesse a sputare acqua. Poi dice che forse sono sensibile.
Allora tu ti siedi e il fiato, di alcool e marcio, inonda il tuo collo.
Dopo tre ore siamo fuori. Tatuate sulle spalle di entrambi parole. Lettere gotiche e cinesi. Un miscuglio azzeccato. Un guazzabuglio da taglio. Per dire che entrambi ci stiamo perdendo, l’uno per l’altro. E il Frank che in mano tiene duecentoventidue euro. Senza fattura. Senza ricevuta.
Guadagno puro nelle sue tasche di vecchio barbone. Ci ha sorriso. Non ha neanche chiesto il perché della frase. Ne deve avere viste tante, lui, di cose strane. Gliene devono essere passate proprio parecchie. Anche le foto che tappezzavano la stanza: poco, per nulla, assolutamente no raccomandabili. Da urlo, certe. Come quella che si è fatta tatuare un aquilone intorno all’ombellico. Aquilone giallo con il filo rosso che corre lungo la pancia.
Quante ne devi aver passate, Frank, mi dico mentre ti affacci fuori dalla stanzetta e ti stappi una Sprite. Acqua e limone, frizzante. Limone. Anche adesso mi sa che tanto bene non te la passi. Fra le palle che ti fanno i genitori del minorenni. E quelle della tua Signora. Che vita di merda, lasciatelo dire, Frank. Passata a disegnare sui corpi degli altri ricordi. Mentre però i ricordi sono destinati a passare, tu li costringevi a rivivere: in continuazione. Che lavoro di merda, perdonami, Frank. Zero assicurazione e tante spese. Zero ringraziamenti se non soddisfazione per il laser. “Oggi mi vado a togliere quello scempio che mi hai fatto sul braccio” ti ha giusto detto la Mairin, quella che va con l’antiquario in Via Del Gallo. Si era fatta fare una sera che eri in trasferta a Viareggio dal Motta un indiano con una svastica disegnata al centro della testa. Grande soddisfazione: marchiare con la svastica e l’indiano le curve di quella.
Quella che insisteva a pagare in natura, e giù a dirle che non si può. Che il baratto e lo scambio merci si è esaurito da tempo. Nel tempo. E lei a scoprirsi. E tu a nasconderle il seno. E gli occhi degli altri.
Che vita e punto, Frank. A tatuare. Seduto sulla sedia a guardare San Martino e la gente che passa. Che passa che passa. Che a volte ritorna.



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