Forse c’era già stato lì. O forse no. Il fumo ovattava le pareti, umide come schiene di schiavi, e una musica gracchiante bucava la tensione già alta di quei primi istanti d’attesa. Il pavimento rimbalzava una melma di accenti che si mischiavano in un unico sussurro di disperazione, condivisa e lontana. Tra le poche facce che sormontavano i tavolini rotondi come piccoli soli nostalgici c’era il “suo uomo”. E questo era tutto.
La ragazza entrò silenziosamente nei suoi occhi, aveva una pelle eritrea, occhi che però gli ricordavano il Marocco. Ma esistevano ancora l’Eritrea e il Marocco?, le nazioni, esistevano ancora? La sua tazza di tea oolong venne lasciata dalla ragazza sul tavolino. Lui le sorrise. Lei no. Anzi, fu l’inverso. Di sicuro non scambiarono una parola. Il tea era caldo, ma lui lo bevve lo stesso. Voleva bruciarsi le labbra e voleva che le labbra bruciate gli ricordassero Sopra, se mai fossero ancora veri i suoi ricordi, o soltanto suggestioni da labbra bruciate, voci di madri riprodotte da una memoria fittizia, odori di marciapiedi, piscio, pioggia che innaffia la terra dopo un’estate intera che sapeva di morte.