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Questa mattina mi è toccato andare ad un funerale e mentre il prete, durante la sua omelia, fingeva di conoscere il defunto – e da quel che ne diceva si aveva come l’impressione che persino i difetti venissero elevati a virtù – pensavo che mi piacerebbe partecipare ai funerali e ai matrimoni e ai battesimi e alle comunioni provando lo stesso stupore frammisto ad angoscia dei primi esploratori europei alla vista dei riti religiosi delle popolazioni africane, l’orrore degli antropologi venuti a contatto con tribù che si cibavano di frolla carne umana: del resto, la transustanziazione presuppone il cannibalismo.

Purtroppo sono cresciuto con questa roba. L’ho incuneata nella testa, questa roba. E quando, terminata la funzione, sono uscito dalla chiesa per fumarmi una sigaretta e i becchini vestiti più eleganti di me avevano le vene del collo ingrossate dallo sforzo nel trasportare la bara non potevo fare a meno di ricordare quel dialogo stupendo de “La tradotta per Mosca” di Luciano Bianciardi quando qualcuno chiede cosa stia facendo Mario, un altro risponde che piange, un altro ancora chiede perché e l’ultimo risponde che Mario piange perché ha visto un binario morto.

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